Il consigliere comunale dell’opposizione di Teulada, Antonello Tanas, interviene nella vicenda dell’ex consigliere – si è dimesso nei giorni scorsi – indagato per peculato: in particolare, Tanas commenta la presa di posizione dell’amministrazione comunale.
“Ho letto la nota con cui il gruppo di maggioranza ha inteso “prendere le distanze” dal consigliere Piras a seguito dell’inchiesta che lo riguarda. Una nota che, per come riportata dalla stampa, si apre con un richiamo alla “responsabilità a tutela delle istituzioni” e prosegue invocando “la serenità del confronto pubblico”, “la tutela dell’immagine dell’Ente”, “il dovere di compiere ogni valutazione personale e politica anteponendo il rispetto della comunità”. Parole solenni, di quelle che si usano quando si vuole marcare un crinale: di qua l’istituzione, di là chi l’ha tradita”, scrive Tanas sui suoi social.
“Ora, io non so se il consigliere Piras abbia commesso i fatti che gli vengono contestati. Non lo so, e aggiungo: non mi interessa saperlo oggi. Perché oggi non è il tempo del giudizio. Oggi c’è un’indagine, punto.
E in un paese serio – in un paese che prende sul serio le sue istituzioni – un’indagine si rispetta lasciandola lavorare, non trasformandola in un’occasione che cade a fagiolo per marcare una linea politica.
È questo il punto che mi porta a intervenire. Non la difesa di Piras, che avrà i suoi strumenti e i suoi difensori, e che peraltro – circostanza curiosamente taciuta dalla nota – ha già rassegnato le dimissioni dal Consiglio. Mi porta a intervenire il metodo. Prendere le distanze è legittimo, per carità. Ci mancherebbe che un gruppo consiliare non possa esprimere il proprio pensiero su una vicenda che coinvolge un esponente dell’opposizione. Ma qui c’è un passaggio che merita di essere guardato con attenzione: la nota non è firmata solo dal gruppo di maggioranza in quanto tale. È riportata come posizione dell’ ”amministrazione comunale”. Il virgolettato dice testualmente: “L’amministrazione comunale ritiene necessario richiamare l’esigenza di salvaguardare il prestigio delle istituzioni”. Ed è qui – sottolinea Tanas – che il confine si fa sottile e pericoloso. Perché un conto è la polemica politica tra gruppi consiliari, che ha le sue regole e le sue asprezze, e un conto è l’uso della voce dell’amministrazione – dell’ente, dell’istituzione che appartiene a tutti – per amplificare una notizia di indagine e trasformarla in strumento di delegittimazione dell’avversario. Quando il gruppo di maggioranza parla a nome dell’amministrazione, non sta facendo politica: sta usando l’istituzione per farla. E questo è un problema che riguarda tutti, non solo chi oggi è nel mirino”.
“Le pubbliche amministrazioni comunicano in base a regole precise. La legge n. 150 del 2000 assegna alle attività di informazione e comunicazione pubblica finalità determinate: illustrare le attività delle istituzioni, favorire la trasparenza, agevolare l’accesso ai servizi, promuovere conoscenze su temi di pubblico interesse. Non vi è traccia, tra quelle finalità, della legittimazione a diffondere comunicati che rilanciano una notizia di cronaca giudiziaria con il dichiarato scopo di salvaguardare l’immagine dell’Ente. L’immagine dell’Ente, semmai, si salvaguarda con la sobrietà, non con l’enfasi”, continua Tanas. “Colpisce la sproporzione. Siamo di fronte a un’indagine preliminare: non c’è rinvio a giudizio, non c’è udienza preliminare, non c’è dibattimento, non c’è sentenza di primo grado, figuriamoci una condanna definitiva. Siamo al primo gradino di una scala che può essere lunghissima, e in cima alla quale potrebbe esserci qualsiasi conclusione, anche un proscioglimento. Eppure il comunicato è già lì, con le sue parole di circostanza che sanno di sentenza già scritta. Conviene ricordare un principio che non è opinabile. L’articolo 27 della Costituzione dice: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Non è un tecnicismo per addetti ai lavori. È un pilastro dello Stato di diritto. E lo è per una ragione precisa: perché chiunque – chiunque – può trovarsi domani nel posto sbagliato al momento sbagliato e nella condizione di dover rispondere di un’accusa. E in quel momento scoprirà che la differenza tra un paese civile e uno che non lo è sta tutta in quelle poche parole.
La Corte Costituzionale, già da tempo, ha messo in connessione la presunzione di non colpevolezza con il limite alla divulgazione di notizie frammentarie e incerte: perché quando un’indagine si trasforma in spettacolo, quando la notizia di un’indagine viene rilanciata da un’istituzione pubblica – foss’anche con la formula di rito del “prendere le distanze” – il danno all’onore e alla reputazione è già compiuto, e nessuna successiva assoluzione potrà mai ripararlo interamente”.
Tanas continua: “C’è un’espressione che ricorre nel dibattito pubblico attuale (vedasi Garlasco) e che descrive esattamente ciò che sta accadendo: processo mediatico parallelo. Si costruisce una narrazione, si sceglie il colpevole prima del processo, si alimenta la tifoseria, si riduce la complessità a uno schema binario — colpevole o innocente, amico o nemico — e si affida ai social e ai comunicati il verdetto anticipato.
È un meccanismo che non ha bisogno di malafede per funzionare. Basta la distrazione, la rincorsa del titolo, la convenienza politica del momento. Ma i suoi effetti sono devastanti, e non solo per chi ne è vittima oggi. Perché ogni volta che accettiamo che un’indagine diventi un’arma politica, stiamo dicendo che la prossima volta potrà toccare a chiunque. E quando toccherà a qualcuno che ci è politicamente vicino, sarà troppo tardi per invocare garanzie che abbiamo contribuito a smantellare.
Non mi aspetto che la maggioranza condivida queste parole. Ma mi aspetto – e lo dico senza ironia – che chi ha scritto quella nota si fermi un attimo a riflettere su cosa significhi, per un’istituzione, farsi megafono di un’indagine in corso.
La verità – conclude Tanas – è che la serenità dei lavori consiliari non si protegge con i comunicati stampa. Si protegge in aula, con il rispetto delle regole e con la pazienza quotidiana che il metodo democratico richiede. E il prestigio delle istituzioni non si difende prendendo le distanze da un indagato: si difende rispettando il principio per cui, in questo Paese, nessuno è colpevole finché una sentenza definitiva non lo dichiara tale.
Teulada merita istituzioni autorevoli, per usare le parole della nota. Appunto. Le merita a partire dal modo in cui comunica”.










